Un’altra conseguenza derivante da un’adeguata ermeneutica della fede riguarda la necessità di mostrarne le implicazioni circa la formazione esegetica e teologica, in particolare per coloro che sono candidati al sacerdozio. Si deve fare in modo che lo studio della sacra Scrittura sia davvero l’anima della teologia in quanto in essa si riconosce la Parola di Dio, che si rivolge oggi al mondo, alla Chiesa e a ciascuno personalmente. È importante che i criteri indicati dal numero 12 della Costituzione dogmatica Dei Verbum siano effettivamente presi in considerazione e fatti oggetto di approfondimento. Si eviti di coltivare un concetto di ricerca scientifica che si ritenga neutrale nei confronti della Scrittura. Perciò insieme allo studio delle lingue proprie in cui è stata scritta la Bibbia e dei metodi interpretativi adeguati, è necessario che gli studenti abbiano una profonda vita spirituale, così da capire che si può comprendere la Scrittura solo se la si vive. In questa prospettiva raccomando che lo studio della Parola di Dio, trasmessa e scritta, avvenga sempre in profondo spirito ecclesiale, tenendo in debito conto, nella formazione accademica, gli interventi su queste tematiche da parte del Magistero, il quale «non è superiore alla parola di Dio ma la serve, insegnando soltanto ciò che è stato trasmesso, in quanto, per divino mandato e con l’assistenza dello Spirito Santo, piamente ascolta, santamente custodisce e fedelmente espone quella parola».159Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla divina Rivelazione Dei Verbum, 10. Pertanto, si abbia cura che gli studi si svolgano nel riconoscimento che «la sacra Tradizione, la sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti che nessuna di queste realtà sussiste senza le altre».160Ibidem. Auspico, pertanto, che, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, lo studio della Sacra Scrittura, letta nella comunione della Chiesa universale, sia realmente come l’anima dello studio teologico.161Cfr ibidem, 24.